Non vedevo Andrea da molto tempo. Ci siamo salutati, poi mi dice “Quante volte ci siamo seduti a mangiare sotto a quegli occhi”. Quando andavamo a cena da Mirco, sapevamo già che ci si divertiva sempre. Aperitivo, cetriolini sottaceto (omaggio di Andrea), poi il pollo al curry e riso, e noi seduti a quell’enorme tavolo in vetro. E intorno a noi tutte quelle tele, quegli occhi che ci guardavano.
E sotto a quadri, citazioni, frasi incollate sui muri, dischi, cd, dvd, libri d’arte, libri, strumenti musicali, statue, luci. E il divano dove ci sedevamo a guardar film e ad ascoltare musica. E si è tanto parlato di quella sua casa, qualche settimana fa ad Arcugnano, lì poco lontano: son passate tante persone, le stesse persone di un tempo che frequentavano Mirco e la grande cerchia di amici che si è creata negli anni, ma stavolta tutti davanti ad un’infilata di molte delle sue opere. Fabbrica Arte Lavinoss ha ospitato la mostra dedicata a Mirco Grotto: L’arte di vivere la bellezza. Titolo azzeccato, la bellezza è quello che cercava e condivideva, appunto, Mirco. In tutto.
Ho cominciato a lavorare con lui (e Andrea) credo nel 2006 o giù di lì, non vedevo l’ora di svegliarmi e andare al lavoro quegli anni, con loro. Lo aiutavo spesso ad attaccare quegli enormi adesivi, stampavamo plastificavamo. Poi, negli anni ci siamo sempre visti, abbiamo sempre collaborato. Poi ancora colleghi, stessa azienda, grandi stampe ma non adesive, carta da parati stavolta, fino all’ultimo lavoro “incompiuto”. Le cene tra colleghi erano immancabilmente da lui, nel suo capannone “loft”, e ogni volta che dipingeva qualcosa di nuovo, orgoglioso ci mostrava il lavoro di tante notti. Immancabilmente, lo si prendeva in giro per quei soggetti: gente ammalata, abbandonata, gente che gli si legge negli occhi il dolore. Ridevamo insieme ad immaginarsi cosa avessero visto quegli occhi, lo prendevamo in giro in maniera goliardica, classico tra uomini. Poi lui rideva, e ogni tanto, ci spiegava la tecnica. Mai il significato. Glielo avrò chiesto mille volte, rispondeva a sorrisi e ghigni col suo vocione da fumatore di Camel gialle.
E poi, un giorno di ottobre, mi ritrovo davanti ad un infilata delle opere, fuori da casa sua, senza di lui. Elisa, sua figlia, mi ha invitato a fare un sopralluogo qualche settimana prima, appena entrato ho sentito piegarsi le ginocchia, come se il corpo sapesse quello che la mente non era pronta a dire. Quegli occhi mi guardavano ancora una volta, e riguardandoli ho visto quello che veramente stavano guardando.
Avevo visto Mirco 5 giorni prima, sono stato l’ultimo a vederlo. Quel caldissimo lunedì sera di fine agosto 2024 ci siamo fatti una lunga chiacchierata, più del solito. Quella sera ci sono state molte confidenze, più del solito. Era molto stanco, fisicamente e di testa: la fatica e lo stress di dover sempre rincorrere i lavori, i clienti, i pagamenti. Una vita da autonomo, e non mi dilungo.
E una vita di fatica, che euduca sicuramente alla sensibilità.
Questa probabilmente è la maledizione dell’artista, che vede vita dove gli altri vedono superfici, che trasforma dolore in bellezza e fa parlare cose mute. L’artista non crea per hobby, crea perché, se non lo fa, imploderebbe.
È una necessità biologica: fame di senso, fame di bellezza, fame di dire qualcosa.
Mirco disegnava bellezza, non quella esteriore. Preferiva quella degli ultimi, quella degli emarginati, quelli che hanno una scorza dura, quelli che ne hanno visto forse troppe, quella delle persone sole. Ho guardato e riguardato le foto che ho fatto durante le tre serate di apertura della mostra, io ho visto una cosa guardando tutti quegli sguardi. Forse sbaglio, ma ho visto degli autoritratti di un anima che ne ha passate davvero tante.
